La testimonianza di Amanda

Amanda non è più con noi. Il destino ce l’ha portata via la sera del 13 febbraio, dopo una ricaduta del suo male inesorabile che dopo una settimana di sofferenza l’ha strappata all’affetto di Roberto, dei sui figli Stefano e Francesca, dei nipotini Andrea, Camilla, Nicolò e di tutti gli amici del Club che le volevano bene.
Amanda era una di noi, moglie dell’infaticabile Roberto Sponza, fondatore, past president e motore inarrestabile delle iniziative del RC Monfalcone-Grado.
Amanda è sempre stata al suo fianco e sempre presente in tutte le manifestazioni e i service del Club.
Ci mancherà, ci mancherà molto. Ci mancherà la sua serenità, il suo affetto, la sua ironia e, soprattutto, la sua gioia di vivere.
Amanda amava la vita, ed è stata capace di vivere con normalità anche questa malattia così devastante e di lasciarci una bellissima testimonianza con una lettera scritta nell’ultimo periodo della sua vita. Lettera che qui pubblichiamo integralmente perché possa essere di supporto a chi soffre e non trova il coraggio di andare avanti.

Buon viaggio Amanda, non ti dimenticheremo.

CE LA POSSO FARE … CE LA DEVO FARE…

“Il responso: carcinoma al seno IV stadio metastatico. Un nome altisonante: ci manca Sua Altezza Reale.Il più è iniziato nel 2016: soprattutto dolori alla schiena. Mah sarà perché tiro sempre su la nipotina di 6 mesi ho pensato. Poi gran dolore ad una coscia. Mia figlia mi dice che la mamma di una sua amica aveva mal di schiena e dopo un mese se n’è andata x un tumore al pancreas. Io no, non voglio, penso. “Ma dai…fatti vedere” Vaaaa bene. Ad un amico neurochirurgo interpellato non sembra granché, ma meglio fare una risonanza. E così è iniziato il ballo. Quando il radiologo la vede (e anche questo è un amico) non sa cosa dire e soprattutto come dirlo. Il midollo è un colabrodo, una vertebra sta scivolando su un’altra ed una è proprio crollata. Il bacino mmmm, il femore mah. Urge visita da un ematologo. Anche questo è un amico, è contento di vedermi, ma guarda la risonanza e non mi sorride più. Altri esami escludono problemi ematologici. “Voglio farti ancora una biopsia alle ossa, perché il quadro non mi è chiaro” mi dice. La faccio. “Mi dispiace, avrei voluto curarti io e ti avrei garantito la guarigione, ma le cellule malate arrivano dal seno” Dal seno?!? Ma se la mammografia è negativa e non si sentono noduli!!! Succede. Succede e basta. E allora iniziamo con agoaspirati a caso x trovare un indizio e prelievi per gli esami istologici. Anche in anatomia patologica si preoccupano ed il direttore mi prende per mano in questo inizio diagnosi. Cerca di qua e cerca di là: sì forse c’è una depressione nel seno sinistro, ma non si opera. Bene, penso, almeno mi tengo il mio seno. Scintigrafia, risonanza total body, TAC…l’oncologo dice che con la terapia ormonale ce la faremo: in fondo il mio carcinoma è sensibile ai ricettori ormonali al 95%. In più ogni 28 giorni faccio una flebo di acido zoledronicoR. Per questa terapia i denti devono essere perfetti, stabili e pulitissimi, perché le necrosi a mascella e mandibola sono una delle complicazioni. Così mi tolgono 3 denti del giudizio un po’ dondolanti ed iniziano a controllarmi di continuo. Una bomba di radioterapia per calmare il dolore e terapia del dolore (anche qua interviene un’amica medico). Pastiglie, pastiglie e ancora pastiglie per tenere sotto controllo di sopportabilità il dolore. Finisco al pronto soccorso e poi in medicina d’urgenza, perché una sera, mentre mio marito mi sorregge per raggiungere il letto, svengo e non riesco a stare più in piedi: sono disidratata e con il potassio basso il cuore ha fatto un po’ le bizze. Non sono in grado di tornare a casa e mi trasferisco in una clinica dove per un mese me ne sto tranquilla a letto ad aspettare che le vertebre mi permettano di rimettermi in piedi. Il neurochirurgo mi fa usare un busto con delle belle stecche rigide. Torno a casa e vado in depressione: ho paura a rimanere sola, non riesco ad addormentarmi perché mi sembra di non respirare, ho paura ad uscire e non voglio neanche gente x casa. Sento solo un’amica, una ex compagna di liceo, di università e di lavoro che ora vive lontana con cui ho sempre mantenuto i contatti e che in questo momento con pazienza mi ascolta ogni giorno al telefono e si segna su un’agenda tutti i progressi e regressi della malattia. Un bravo professionista del caso (questo non lo conoscevo proprio) mi rimette a posto in un mese con una terapia leggera, ma efficace. Si ricomincia a vivere. A casa con il mio adorato fisioterapista passo da sedia a rotelle e deambulatore a stampelle, ad una stampella e a Natale cammino per brevi tragitti da sola.
Il 28 dicembre TAC di controllo. Che bello, penso, forse per l’ultimo dell’anno che andiamo a cena con alcuni amici potrò andare senza stampelle, certo non con tacco 12, ma mi va bene così. Alla sera del 28 mi chiama il medico: devo andare all’ospedale, perché la TAC ha evidenziato una rottura al femore. Ma come! Se sto ormai camminando! Anche il fisioterapista è allibito: non son caduta, non ho subito traumi, ma la rottura è patologica. Mi crolla addosso tutto il peso di mesi di terapie. Mi mettono la protesi il pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno. Ultima operata del 2016! È pur sempre un record, no? Meglio finire che iniziare l’anno con un intervento chirurgico. In riabilitazione mi tengono solo 16 giorni, perché la fisioterapia per le vertebre dà ancora i suoi frutti e mi riprendo velocemente. Di nuovo sedia a rotelle, deambulatore e stampelle. Devo cambiare chemioterapia perché 6 mesi di terapia ormonale ad hoc alle mie cellule non ha fatto niente. Pazienza ci vuole tanta pazienza. Bomba di chemioterapia in pastiglie. Mi fanno venire una severissima mucosite (rarissima) e così divento una diva. Immediatamente terapia laser ogni giorno e ogni giorno fotografano la mia bocca da ogni angolazione. Ora dovrò comperare libri di stomatologia per vedere la mia bocca e potrò chiedere i diritti d’autore…
Sono ormai 9 mesi che i marcatori tumorali sono tornati normali. Ho ripreso in mano la mia vita: cammino, guido, bado alla casa e ai nipotini. Esco con mio marito e rivedo tutti gli amici. Continuo a fare la chemio anche se un po’ ridotta nel dosaggio per evitare la ricomparsa della mucosite.
Il mio oncologo mi ha confessato che mi porta ad esempio a chi si abbatte, perché quando mi ha vista la prima volta non avrebbe scommesso su di me. Lui è sicuro che senza una gran forza interiore le medicine non fanno l’effetto dovuto.
Ho sempre cercato di mantenermi il più normale possibile. Mi son sempre truccata per uscire anche nei momenti più bui in cui ero molto dimagrita e certamente non ero un bel vedere. Per fortuna non ho perso i capelli.
Non ho mai pensato che era il momento di andarmene. Nei momenti peggiori il mio pensiero era di non poter veder nascere il mio secondo nipotino che tra poco avrà 1 anno. Non potevo lasciare mio marito, i miei figli, i miei nipoti. E poi la spinta finale me l’hanno data gli amici e conoscenti che quando mi hanno vista “rientrare in società” mi hanno fatto sentire amata. Anche i vicini di casa che mi han vista andar di nuovo a far la spesa. Ho visto alcuni amici ed amiche, anche quelli più recenti, addirittura piangere quando mi han rivista dopo il periodo più duro. Non ci speravano proprio. Ho pensato che dopo tutte queste dimostrazioni d’affetto non potevo deluderli, dovevo tener duro.
La fede? No, non mi è mai venuta. Solo un giorno uscendo dalla mia oncologia ho trovato la porta della chiesa dell’ospedale aperta. Tra periodo dell’università e lavoro son stata in ospedale per 41 anni ma non avevo mai visto la chiesa. Sono entrata ed ho pensato: se esisti e sei stato tu a farmi star bene, ti ringrazio, se è stato qualcun altro, lo ringrazio lo stesso. So che non finisce qua, non per niente ho lavorato con esami diagnostici e malattie in ospedale per 41 anni, ma per ora me la godo e cerco di non pensarci.
All’entrata della mia oncologia è riportata una frase di M. L. King: “un giorno la paura bussò alla porta…il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”
Alle donne nelle mie condizioni dico di non mollare.
Lottate, siate assetate di vita, non fermatevi ai primi ostacoli.
Dobbiamo vincere noi.
Sempre e comunque.
Forza ragazze la vita è nostra ed è tutta da vivere!”

 

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