Quota 144

Gropuzzzo Quota 144 e dintorni copertinaQuota 144. Poco più di un monticello, brullo e sassoso, lungo la strada da Monfalcone e Gorizia ( il nostro “Vallone”) a Jamiano, giusto prima di Doberdò del Lago. Qui il fronte della Ia Guerra Mondiale s’è attestato per lunghi 3 mesi durante al 7°,8° e 9° Battaglia dell’Isonzo, nel settembre-novembre 1916. Qui lasciarono la vita una parte (grande) dei 700.000 italiani morti sul fronte e dei non meno austro-ungarici dell’altro fronte. A poche decine di metri l’uno dall’altro. E chi ci ha illustrato questa tragica storia , il questore vicario di Trieste Paolo Gropuzzo appassionato studioso di questa micro-storia, lo ha fatto nella riunione del 21 gennaio che si svolgeva al ristorante Pachor ad un tiro di schioppo dalla vetta di questa collina.

L’occasione di presentare il suo documentatissimo libro (“Centoquarataquattro e dintorni”) ha permesso di entrare – secondo la storiografia più recente che tanto ha prodotto in occasione del centenario dello scoppio del conflitto- nel mondo tragico della trincea, nella vita d’ogni giorno dei fanti, nella follia delle tattiche militari d’allora, nella collettiva impotenza dinanzi ad un guerreggiare così distruttivo. Insomma nella guerra dell’uomo-soldato non in quella della strategia dei comandi e della esaltazione nazionalistica delle pistole puntate sul fante per farlo balzare all’attacco sapendo che su due uno non sarebbe rientrato. Insomma la guerra delle persone e delle loro sofferenze e paure, non quella del corpi d’armata , dello sviluppo tecnologico delle artiglierie, dei grandi ed aridi numeri. Si fronteggiarono il VII CdA italiano della IIIa armata ed il XIII CdA autro-ungarico: in particolare i battaglioni dei Reggimenti di Fanteria Bari e Catania e del Genova cavalleria italiani e la 60esima Brigata della 31esima Divisione austriaca. Queste le etichette. Dietro: i bersaglieri ed i cavalleggieri appiedati, i mille buchi-caverna in cui rintanarsi durante le furiose salve d’artiglieria (anche per giorni) che preparavano gli attacchi, sparando anche da oltre i 20 km di Punta Sdobba), le trincee perse e prese, i mezzi di fortuna per spostarsi lungo l’Isonzo, le micidiali mitragliatrici Schwaetzlose austriaca e Fiat italiana , la disperazione e la spinta a sopravvivere anche per gli altri (eroismo?). La grande tragedia insomma di un’evento epocale che privò l’Italia, come tutte le nazioni belligeranti, quasi di un’intera generazione , fece scoprire il lavoro femminile nelle retrovie, collaudò per al prima volta una fraternità fra genti dello stesso neonato Paese che si scoprì Patria. Di tutto ciò l’oratore ha parlato con una bravura, una partecipazione al tema ed una comunicatività che hanno coinvolto i soci su un tema di attualità ma certamente ostico. Aggiungendo anche delle notizie non molto conosciute come il fatto che la partecipazione alla guerra del bersagliere Mussolini (ferito da una granata) si svolse proprio qui. Un cocuzzo di poco conto quindi rappresentò un ultimo baluardo nella difesa austriaca del basso fronte carsico per impedire la conquista italiana di Trieste via terra. E ancora oggi questa collina conserva (basta andarle a cercare) i resti di questa inutile terribile follia dell’uomo, dove le due parti schieravano ragazzi coetanei , inconsapevoli e sconvolti diversi solo per la lingua che parlavano. A proposito : il Club sta organizzando un significativo service proprio in questi luoghi (era presente alla riunione il Sindaco di Doberdò del Lago Fabio Vizintin ) in memoria dei fatti di cent’anni fa : il restauro di cippi e piccoli monumento dell’epoca eretti dai soldati o in loro memoria.

Piero Taccheo

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