Il Sud Sudan di Giorgia Gon

Quando venne a trovarci in occasione del Cambio del Martello del 30 giugno scorso, il tempo che le dedicammo ad ascoltare la sua esperienza in Sud Sudan fu veramente poco, presi com’eravamo dai ritmi obbligati della cerimonia ufficiale. Le chiedemmo perciò di scriverci per renderci partecipi delle sue emozioni.
Eccolo qui, il pezzo che segue è stato scritto da questa ragazza che abbiamo conosciuto giovanissima, con in mano un accesso all’Università di Oxford e tanta voglia di fare e di imparare. Oggi è una donna cresciuta, professionista competente che porta la propria conoscenza a favore per gli ultimi. Complimenti Giorgia, non cambiare mai.

Al mio arrivo in Sud Sudan, all’inizio di Novembre 2011, il Paese aveva appena quattro mesi. Fui accolto da un aeroporto bollente a 42 gradi. Una sola stanza dove si raccoglievano gli ufficiali responsabili per il controllo del visto e le valigie dei passeggeri che venivano controllate dagli impiegati dell’aeroporto piuttosto che dal metal detector. Non le facevano passare sul tapis roulant ma se le passavano di mano in mano: nessun ritardo, nessun bagaglio mancante, solo un po’ di fila per il visto.

Si trattava dell’aeroporto di Giuba, la capitale del Paese. Una città di 200.000 anime, che a prima vista sembra più un ammasso di containers e capanne, ma guardando bene è una culla di persone alla ricerca di uno standard di vita migliore, entusiaste per l’indipendenza da poco ottenuta, ma soprattutto per quella pace che non si vedeva da vent’anni, segnati da un estenuante guerra civile. Durante questi vent’anni solo la presenza d’istituzioni internazionali e organizzazioni non governative ha permesso al Paese di avere servizi quali, cliniche, ospedali, e scuole, e tuttora sono queste organizzazioni che forniscono la maggior parte di tali servizi. Per la maggior parte comunque, le scuole e l’Università sono state riaperte solo da pochi anni. Questo punto è molto importante da considerare, perché significa che, a parte coloro che sono stati educati all’estero ed in particolare negli Stati Uniti, in Inghilterra, e in alcuni Paesi limitrofi come l’Uganda ed Il Kenya, non c’è nel Paese personale qualificato.
Questa mancanza si sentiva particolarmente lavorando nel settore sanitario.

La Merlin, l’organizzazione per cui lavoravo, gestisce due ospedali e sedici cliniche in alcune tra le zone più remote del Sud Sudan.  I progetti sono sparsi tra Torit, Nimule e Boma. Nonostante io fossi di base a Giuba, dove ricoprivo il ruolo di assistente di programma supportando i compiti del Country Director, ho avuto occasione di viaggiare in tutti e tre questi siti.

Torit e Nimule sono in una zona piuttosto pacifica del Paese, rigogliosa per il passaggio delle acque del Nilo e che si giova del commercio con l’Uganda, che confina col Sud Sudan nella parte meridionale. A Torit ho avuto modo di partecipare alla coordinazione del censo sulla nutrizione e all’analisi dei dati raccolti.

I livelli di malnutrizione sono allarmanti soprattutto in alcune aree. A Lopa Lafon il 17% dei bambini sotto i 5 anni sono affetti da malnutrizione acuta, ben al di sopra del livello critico internazionale. Qui ho inoltre rappresentato la Merlin allo workshop per stipulare il budget dello Stato dell’Equatoria dell’Est per l’anno 2012-2013 dove si è discusso e deciso il budget annuale per le strutture sanitarie dello Stato.

A Nimule sono tornata spesso perché ero responsabile per il progetto che si proponeva di incrementare l’adesione dei pazienti sotto trattamento contro l’AIDS contattandoli via cellulare. Qui, ho anche intervistato diversi pazienti dell’ospedale per migliorare il nostro servizio e ho assistito il coordinatore del progetto a scrivere rapporti per i donatori.

Quella di Boma è stata sicuramente l’esperienza più forte. Il villaggio si trova al confine con l’Etiopia e il Kenya. Una zona collinare con una forte presenza militare, perché è stato il primo luogo che la rappresaglia indipendentista ha conquistato.

A Boma convivono tre tribù: i Murle, i Jie ed i Kachipo. Sono tutte e tre popolazioni che vivono in maniera quasi esclusivamente tribale. Convivono con qualche saltuario screzio dovuto alla razzia di bestiame. Non più tardi di gennaio, Boma è stato il rifugio di un ingente gruppo di Murle provenienti dal Nord Ovest a loro volta cacciati da un’altra etnia, i Nuer. Questo ha creato una situazione di emergenza con una presenza di un numero di profughi che ha toccato le 90,000 unità. A Boma, ho assistito all’improvvisa epidemia di morbillo collaborando alle sessioni di educazione alla popolazione e alla vaccinazione dei villaggi limitrofi (rispettivamente foto1 e 2).

Vaccinazione per l’epidemia di morbillo

Qui mi sono inoltre occupata di pianificare il monitoraggio dell’utilizzo dell’ospedale da parte di donne gravide per il parto. Ho condotto una serie di discussioni con le levatrici locali per corroborare le informazioni sulle pratiche tradizionali da includere nel sistema ospedaliero gestito da Merlin con l’intento d’incentivare più donne gravide a recarsi in ospedale per il parto.

I Jie reputano molto importante la sepoltura della placenta. L’ospedale è ora in grado di ritornare la placenta alle donne che vi partoriscono. Con una media di quattro giorni di cammino per raggiungere l’ospedale, che spesso significa che le donne partoriscono per strada, ogni incentivo per attirare le donne gravide è fondamentale. Convincere le madri a recarsi in ospedale per il parto è l’unico modo per ridurre la mortalità materna, come suggeriscono le più recenti direttive dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Il Sud Sudan registra la mortalità materna più alta del mondo: 2054 donne su 100.000 nati vivi. Ai fine della comparazione, in Italia muoiono 12 donne su 100.000 nati vivi.

Vaccinazione per l’epidemia di morbillo

Parte del mio ruolo era anche quello di assistere il Monitoring and Evaluation Coordinatoor nel monitoraggio degli indicatori di salute e la valutazione della performance dei progetti. Mi sono accorta quanto sia importante per un donatore verificare nella forma di rapporti,  foto, visite di ciò che viene fatto in loco con i finanziamenti allocati per un progetto. Mi è capito purtroppo di vedere organizzazioni corrotte dove il sistema di monitoraggio non era richiesto o non era seguito con rigore.

Gli ostacoli in questo Paese sono tanti: la mancanza d’infrastrutture (le strade asfaltate si contano sulle dita di una mano), la mancanza di personale qualificato, un sistema governativo nascente con un sistema burocratico in continuo cambiamento, la mancanza di fondi stabili, le continue emergenze dettate dai conflitti interni e quelli con il vicino Sudan. Ci sono anche gli ostacoli per chi come me viene da un Paese sviluppato: malattie dettate dalla mancanza d’igiene, il caldo, l’energia elettrica scostante, una cultura certamente diversa.

Questi ostacoli, soprattutto quelli personali sono superabili. E’ stato infatti entusiasmante lavorare in un Paese che ha così tanta voglia di costruire e migliorare. Sicuramente la speranza che vi ho trovato mi ha lasciato una gran voglia di tornarci. Spero di ritornare già durante il mio percorso di specializzazione che intraprenderò a Ottobre di quest’anno. Proporrò un approfondimento sulla salute riproduttiva in Sud Sudan come tema della mia tesi finale.

Giorgia Gon

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4 risposte a Il Sud Sudan di Giorgia Gon

  1. Roberto Sponza ha detto:

    Giorgia é stata un ottimo investimento per noi. Leggere le sue esperienze e vedere il suo entusiasmo ed i suoi progressi come persona mi emoziona e mi gratifica, perché so che anche noi come rotariani abbiamo contribuito a tutto ciò . Avere una testimonianza diretta di un paese così lontano fa riflettere molto sulle vere priorità della vita.

  2. Carlo Bruschi ha detto:

    Questo è il tipo di service qualificato ed etico che un Club del RI dovrebbe perseguire, “…al di sopra di ogni interesse personale”. Magari, “mutatis mutandis” trasferendolo anche sul territorio nazionale e locale. Contrariamente a quei services che servono solo al benessere personale e/o professionale di qualcuno dei suoi membri.

  3. Anonimo ha detto:

    Condivido quanto scritto affettuosamente da Roberto. Mariella ed io consideriamo Giorgia parte della notra famiglia.
    Auguri Giorgia con tanto affetto.
    Renato

  4. Piero Taccheo ha detto:

    Siamo tutti gratificati. Ma soprattutto felici per Giorgia perchè più volte ci ha fatto capire che oltre all’assistenza economica ha contato per lei sapere , nei momenti diffcili che certo ha avuto, che qualcuno dalla sua patria la seguiva e credeva in lei.Personalmente poi sono contento anche perchè è un ottimo esempio di “progetto” pluiriennale: quell’attività fino ma pochi anni fa così invisa al Club che ragionavano con la cadenza annuale della presidenza. Solo così invece anche se piccoli possiamo pensare “in grande” nei nostri service . Brava Giorgia.
    Piero

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